(nella foto, Gabriele Minì è il terzo da sinistra, in compagnia dei colleghi di dottorato Stefania Di Buccio, Lorenzo Picarella, Andrea Carnì e della professoressa Stefania Pellegrini)

La corsa di Gabriele è finita. Una corsa vera. Nella vita, per la vita, contro la vita. Da quando nel 2016, a 25 anni, gli era stato diagnosticato un tumore quasi impossibile da curare. Gabriele apparteneva alla generazione dei ragazzi palermitani nati negli anni delle stragi. Cresciuto nel mito dei due giudici, nel clima di rivolta di una città bombardata e insanguinata, non smetteva di chiedersi perché tutto fosse accaduto proprio nella sua città. E voleva scrivere per Palermo un destino diverso. Studiando, partecipando, discutendo, non voltando mai la testa dall’altra parte. Per questo dopo il diploma si era iscritto a giurisprudenza, all’orizzonte il sogno di diventare anche lui, Gabriele Minì, giudice come i suoi due eroi. Aveva fatto la tesi con il professor Vincenzo Militello, figura coerente di giurista antimafioso. Poi si era guardato intorno per capire quale potesse essere la sua strada. Primo traguardo vincere il concorso di avvocato, prendere il titolo del padre, che della vita e dei misteri palermitani aveva cercato di spiegargli tutto. Quando seppe che all’Università degli Studi di Milano era nato un dottorato in Studi sulla criminalità organizzata presentò la sua candidatura, venendo selezionato. Alto, dinoccolato, sorridente, una simpatica via di mezzo tra Gigi Proietti e D’Artagnan, rabdomante di cultura nella Milano cosmopolita, custodì gelosamente il cordone ombelicale che lo teneva stretto alla sua terra, alla famiglia, agli amici. Che non sostituì ma a cui aggiunse quelli che si fece rapidamente nel dottorato. Gentile, garbato, appariva perfino spagnolesco, salvo scoprire che era semplicemente molto educato e rispettoso. A nessuno parlò del suo male. Non agli amici, per non creare in loro imbarazzi di sorta. Non ai docenti, perché i giudizi non fossero viziati dalla compassione. Sapete quelli che si fingono malanni per spuntare agli esami un di più di comprensione, magari esibendo falsi certificati medici? Ecco, l’esatto contrario. Gabriele si sarebbe buttato nel fuoco piuttosto. Non si volle negare nulla nella sua scorribanda per la vita, perché fosse la più bella possibile. Conquistò i compagni e le compagne, da seduttore nato, spesso involontario. E chissà se contava qualcosa quella divertente erre moscia. Ne invitò diversi nella sua ospitalissima casa palermitana. Si appassionò ai nuovi libri, alle conferenze, ai seminari. Seguiva i docenti del dottorato anche in altre università, voleva vedere e sentire. E ovunque ci teneva a portare e confrontare i suoi ideali di giovane antimafioso. Spiegò più volte che il suo sogno era fare il magistrato, e devo dire che in quest’epoca un magistrato come lui sarebbe stato oro. Prese anche una borsa alla Fondazione Falcone e questo fu per lui un punto d’onore: vincerla nella sua città, legata a quel nome… Si gettò su una tesi di dottorato sulla mafia dei Nebrodi, le truffe all’Unione Europea. Poche settimane fa la mamma, la signora Gabriella, mi mandò un messaggio: voleva parlarmi del figlio. Aveva deciso di rompere il patto del silenzio e raccontarmi quel che stava accadendo. Dopo un’ultima estate a sfidare il destino, Gabriele non ce la faceva più a uscire di casa. Il tumore lo stava schiacciando. Poche parole incredule con alcuni docenti, la corsa per aiutarlo a prendere in ogni caso il titolo. La sua corsa è finita prima. Se dovessi raccontare il dolore dei suoi compagni non ci riuscirei, avendo a che fare con il cosmo più che con la morte. Ho solo provato la consolazione di vedere che una comunità scientifica sa essere (a volte) prima di tutto una comunità umana. Perché ho parlato di lui in questa rubrica? Per le indimenticabili parole della madre: spero che chi ha incontrato la sua storia (palermitana, italiana) ne esca un po’ diverso. E noi abbiamo tutti bisogno di essere un po’ diversi.

Nando dalla Chiesa
Direttore di Cross e coordinatore del dottorato in Studi sulla criminalità organizzata
Pubblicato sul Fatto Quotidiano il 12 ottobre 2020